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L’Hiv si scopre a 50 anni. Avanza l’età della diagnosi

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La forte prevalenza maschile (3,3 a 1) è una costante: dagli anni ’80 a oggi, negli oltre tre decenni che hanno segnato la storia del virus dell’Hiv in Europa. Ma se l’infezione prima era una prerogativa dei giovanissimi, oggi la si scopre sempre più avanti: l’allungamento della vita media sta avendo ripercussioni anche sulle abitudini sessuali. E, di conseguenza, sul quadro epidemiologico della malattia. Leggendo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità in occasione della giornata mondiale contro l’Aids, che si celebra oggi, si scopre che i nuovi casi di Hiv in Italia sono in diminuzione: furono 4140 nel 2012, sono stati 3451 l’anno passato (escludendo i ritardi nelle notifiche). Ma tra le pieghe dei nuovi contagiati, si intravedono almeno due spunti interessanti: un’età media della diagnosi sempre più avanzata (37,5 anni) e un picco massimo di incidenza tra i 25 e i 29 anni.

Per gli addetti ai lavori, non è una novità. Ma fa riflettere il dato che a contrarre l’Hiv siano sempre più persone adulte, che in molti casi arrivano in ospedale con sintomi riconducibili all’Aids: evitabile, a patto che un sieropositivo scopra quanto prima il suo stato e inizi le terapie. Le ultime stime dicono che una diagnosi su cinque riguarda un over 50: cinque anni fa erano la metà. «Non è raro osservare persone prossime ai cinquant’anni che fino a quel momento non s’erano mai poste il problema del test, non percependo il rischio delle loro abitudini», avverte Antonella D’Arminio Monforte, direttore dell’unità di malattie infettive del polo universitario Santi Paolo e Carlo di Milano. Nel 2016 il capoluogo lombardo, con 313 casi, è stato secondo soltanto a Roma (392) per nuove diagnosi di infezione da Hiv: a seguire Torino (148), Napoli (110) e Bergamo (88). Limitandosi alle Regioni, la vetta l’ha conquistata la Lombardia (691): seguita dal Lazio (557), dall’Emilia Romagna (328) e dalla Toscana (292). Al polo opposto la Valle d’Aosta (7), il Molise (10), la Basilicata (15) e la Calabria (16).

Analisi tardive

In nove casi su dieci nel nostro Paese è quasi sempre di natura sessuale: con una leggera prevalenza dei rapporti eterosessuali rispetto a quelli tra uomini. Lo stesso trend si osserva in tutta Europa, dove peraltro il 68 per cento delle diagnosi di Aids (778 in Italia nel 2016) è avvenuto a meno di tre mesi dalla scoperta dell’infezione. Un dato che, considerando che la latenza tra l’infezione e la malattia può durare diversi anni, «conferma come in realtà queste persone convivessero con l’Hiv da molto più tempo», è il pensiero di Andrea Ammon, del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (Ecdc), che nei Paesi dell’Est deve fronteggiare la piaga della tossicodipendenza. In Russia, Romania, Bulgaria e Ucraina, l’Hiv si trasmette per lo più attraverso siringhe infette: come negli anni ’80.

Giovani e migranti a rischio

Se gli adulti sembrano aver dimenticato la psicosi della fine del secolo scorso, i più giovani sono vittime di due fenomeni sociali: la scarsa considerazione che oggi viene data all’Hiv e l’evoluzione nelle abitudini sessuali, documentata pure da uno studio apparso sulle colonne del «Journal of Adolescent Health». Il virus, per i «millennials», non è più un allarme sociale. Tra chi lo conosce, poi, è spesso diffusa la convinzione di trovarsi di fronte a una malattia curabile. Merito delle terapie che oggi hanno reso l’Hiv un’infezione con cui è possibile convivere, se i sieropositivi mostrano tassi di sopravvivenza analoghi a quelli del resto della popolazione. Ma che, è d’uopo ricordarlo, quasi mai guarisce: ecco spiegato perché il preservativo rimane il dispositivo più efficace per la prevenzione.

Tutto ciò mentre il desiderio di sperimentare nuovi comportamenti – dalla ricerca emerge che il 10 per cento delle diciottenni ha già fatto sesso anale: il comportamento più a rischio trasmissione – e il ricorso al web per andare a caccia di nuovi partner aumentano i rischi. Un’altra categoria sotto osservazione è quella dei migranti: tra di loro i contagi in Italia sono più che triplicati in 25 anni. È un dato di fatto che nell’Africa Sub-sahariana e in America la diffusione dell’Hiv è più elevata che in Europa. La disparità nell’accesso ai servizi sanitari che li vede protagonisti fa il resto.

FONTE LA STAMPA

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