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Fibrosi Polmonare Idiopatica: più casi dove il traffico è più intenso

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È una malattia respiratoria progressiva e invalidante: riduce la funzionalità polmonare tanto da togliere letteralmente il fiato. Fare la spesa, salire la scale, muoversi diventa un problema.

La Fibrosi Polmonare Idiopatica è caratterizzata da formazione di tessuto cicatriziale nei polmoni dove si sostituisce ai tessuti sani. L’origine del processo degenerativo non è ancora del tutto chiaro. Ma un nuovo studio, che ha preso in considerazione un aspetto mai indagato prima, mostra una maggior incidenza nelle aree ad altri livelli di biossido di azoto (NO2), suggerendo un ruolo importante dello smog cittadino nella comparsa della malattia.

Colpisce 15mila italiani, con circa 4.500 nuovi l’anno, soprattutto adulti ed ex fumatori, che sono i due terzi dei casi. Lo studio, condotto da un team internazionale composto da ricercatori dell’Ospedale San Giuseppe MultiMedica di Milano, dell’Università di Milano Bicocca, del Policlinico del capoluogo lombardo e dell’Università di Harvard, sarà presentato al Congresso annuale della European Respiratory Society che si terrà a Milano dal 9 al 13 settembre.

I risultati preliminari dell’analisi sui 10 milioni di abitanti della Lombardia mostrano che l’incidenza della malattia, cioè il numero di nuovi casi in un anno, è maggiore nelle zone in cui è più elevata la presenza di inquinanti da traffico, in particolare NO2 (biossido di azoto).

I ricercatori hanno setacciato i database regionali del periodo 2005-2010 individuando circa 2000 casi di fibrosi polmonare idiopatica. Questi dati sono poi stati incrociati con quelli riguardanti i livelli di emissioni di NO2 e di Ozono (O3) nello stesso periodo.

Ne è emersa una correlazione tra i livelli di NO2 e alti livelli di ozono. Nessuna associazione è emersa guardando ai livelli di ozono. “Quello del biossido di azoto è un problema serio per la Lombardia” spiega Sara Conti, epidemiologa dell’Università di Milano Bicocca e prima autrice dello studio.

«In particolare nel periodo esaminato, cioè dal 2005 al 2010, in molte zone della regione il livello medio annuo di biossido di azoto era ancora molto superiore a 40 microgrammi per metro cubo d’aria, il limite massimo individuato dalla normativa europea, ed in alcuni casi raggiungeva i 60 microgrammi».

Questi sono risultati preliminari ed è ancora presto per parlare di «causa della malattia. Tuttavia, i nostri risultati mostrano chiaramente una correlazione sospetta, per una malattia che ricordiamo ha una prognosi ancora infausta a pochi anni dalla diagnosi» spiega Sergio Harari, Direttore del Reparto di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe MultiMedica.

Esistono oggi dei farmaci in grado di rallentare significativamente la progressione della malattia, consentendo ai pazienti di avere un’aspettativa di vita più lunga e qualitativamente migliore. Ma il tasso di sopravvivenza a 3 anni è del 50% circa. La prevenzione è quindi fondamentale.

Fonte La Stampa

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